immagine macchina da scrivere

ANDREOTTI 2.0

Scritto da Stefano Cecchi . pubblicato in Blog

aaarenzi
«SALVE, sono Matteo Renzi e sono così giovane che quando mi fanno i complimenti sulla spalla faccio il ruttino!». (Crozza). C’è poco da fare: l’Italia è così abituata alla gerontocrazia che anche ora che Renzi è a un passo da palazzo Chigi, di lui resta l’idea di un politico coi denti di latte, quasi fuoriposto nel sedere dove sedettero De Gasperi, Moro e Fanfani: «Salve, sono Renzi e sono cosi giovane che sulla mia auto blu è scritto “Bimbo a bordo”» (ancora Crozza). Che errore. Perché a leggere la biografia, sembra al contrario che Matteo Renzi non sia mai stato giovane. Un piccolo Andreotti 2.0 in sedicesimi, calcolatore coraggioso e astuto del percorso che lo avrebbe portato nel giro di 10 anni dai campi scout sull’Arno a Palazzo Chigi. Il suo segreto? Forse l’aver lasciato che gli altri lo sottovalutassero. In quanti si sono sbagliati nell’indicarlo come ‘uomo di’. Di Lapo Pistelli, di Rutelli, di Pippo Civati. Perché Renzi in realtà è stato sempre uomo di se stesso che ha usato gli altri come trampolini di lancio per il suo risiko politico: a 24 anni segretario Ppi, a 29 presidente della Provincia, a 33 sindaco di Firenze e ora, a 39, segretario Pd e premier in pectore. Più ‘Colpo Grosso’ che ‘Ruota della Fortuna’, per restare in tema di vecchi passaggi in tv (che fosse un vincitore se ne accorse infatti anche Mike Bongiorno al quale spillò 48 milioni). Renzi, un boy scout cattolico con un forte senso del percorso e con chiaro il vantaggio della confessione che redime da ogni peccato. Ne ha commessi il nostro durante la scalata? Chissà. Di certo con alcuni suoi collaboratori non è sembrato avere il senso della misericordia: Giuliano da Empoli, Giorgio Gori, Roberto Raggi sono alcuni dei personaggi usati e poi gettati nel momento in cui sembravano avere acquisito autonomia.
COSÌ il cerchio magico che oggi l’attornia è fatto di iperfedeli disposti a farsi di nebbia se lui sol lo chiedesse: da Nardella a Lotti, da Maria Elena Boschi (la Bambi imposta in tv per dare un’immagine fresca di bucato del renzismo) a Bonifazi, l’uomo che dovrebbe rimettere in ordine i conti del Pd. Il resto, da Farinelli a Baricco da Cucinelli a Davide Serra, sembra piuttosto una sorta di corte del Magnifico. Oggi utile all’immagine ma pronta a essere rimpiazzata senza patemi in caso di sconvenienze. Perché a Renzi si potrà dire di tutto ma non che non sia un fuoriclasse dell’immagine e un innovatore del linguaggio politico. A lui si deve, ad esempio, il merito di aver inventato il comizio-show. Un modo per farsi capire dalla gente oltre le liturgie di partito.
Non più Berlinguer e Zaccagnini come riferimenti ma Fosbury (l’uomo che rivoluzionò il salto in alto) e Mary Poppins («Basta con chi pensa di fare le cose schioccando un dito»). Un uomo felice di stupire, incurante delle accuse di filo-berlusconismo che gli piovevano addosso («Le uniche cose che ha di sinistra sono il braccio e la gamba»). Fin qui il suo coraggio gli ha dato ragione. Ma adesso non è più tempo di leopolde colorate, piuttosto di fatti concreti. Ce la farà anche stavolta a convincere Matteo Renzi, il giovane mai stato giovane che come anagramma (ma non ditelo a Letta) ha ‘Meritato Zen’?
La Nazione – 14 febbraio 2014

Trackback dal tuo sito.