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FIRENZE, CAPITALE ROMANTICA DEL CALCIO

Scritto da Stefano Cecchi . pubblicato in Blog

 

Fiorentina

LO STUPORE alla fine è per quelli che si stupiscono: «Dite a quelli della Rai e di Sky che per noi, che siamo stati capitale d’Italia, esserlo anche nel calcio è solo un dettaglio», ridono al Mercato di Sant’Ambrogio. Che meraviglia Firenze in questi ultimi giorni tiepidi di una stagione che vorremmo non finisse mai. Dopo 17 anni, la Fiorentina, che qui è un bene dell’umanità viola come il Battistero e la scorcio d’Arno che si vede dal Piazzale, si ritrova in testa al campionato e la città vive il momento straordinario con un’euforia disincantata. Roba meravigliosa che è propria della gente di qui: «Sa cosa farei io? Mi ritirerei oggi che siamo al massimo del successo. Via, basta, tutti a casa. Così il campionato lo vinceremo noi a modo nostro», ironizza Leonardo Pieraccioni, ultimo dei cantori sarcastici di quella lunga tradizione straccia-serietà che parte da Boccaccio e arriva ad oggi. A ribadire, insomma, come più che il gusto tronfio della vittoria, sia proprio il senso della beffa compiuta ai danni del più ricco, lo sberleffo al presunto potente calcistico, a riempire d’orgoglio l’animo ciompo della città: «Interisti, vi capisco e vi do la mia solidarietà», ha ghignato beffardo non a caso il premier Matteo Renzi ai due consiglieri diplomatici che lo accompagnavano nel suo tour newyorchese. La Firenze che dà lezioni al mondo di disincanto e che crea il suo Onu dell’ironia per sempre.
Certo, fa piacere che, uscendo dalle mura cittadine, la gente ti applauda per questo primo posto come se a scendere in campo fossero stati tutti i fiorentini e non solo i Sousa boys: «Non sapete a Roma in quanti mi hanno fatto i complimenti per la Fiorentina, sembrava quasi che avessi giocato io», ha raccontato Carlo Conti. Ma poi, tornati dentro le mura, tutto si ridimensiona, si ricolloca al giusto posto. Perché saper sognare è magnifico, esagerare è l’errore che rende ridicoli. E questo i fiorentini lo sanno eccome.
Per questo non si tirano indietro se c’è da andare alle 2 di notte alla stazione di Campo di Marte a fare festa alla squadra che torna vittoriosa da San Siro: provinciale è chi non si emoziona, chi non sa abbandonarsi all’istinto. Ma, allo stesso tempo, rifugge dalle trappole di chi vorrebbe spingerla oltre i limiti del consentito, fin là nella terra di nessuno del grottesco: avete fatto caso in quanti, lontano da Firenze, ieri abbiano già iniziato a parlare di scudetto per i viola?
Lo ha fatto, lui certo in buona fede, l’uomo che 17 anni fa issò per ultimo la Fiorentina al primo posto in campionato, ovvero il buon Giovanni Trapattoni che qualcuno allora esigeva sindaco: «Non vedo perché la Fiorentina non debba aspirare a giocarsela con tutti – ha detto il buon Giuan – se il gruppo è unito può aspirare tranquillamente allo scudetto». Con malizia diversa, le stesse cose le hanno dette anche altri. Ma la città ha fatto scudo, ha respinto la seduzione con stile: in un sondaggio messo in piedi dal sito Fiorentina.it solo il 23% dei tifosi viola ha detto di credere allo scudetto. Non è la paura di volare, visto che, «per sogni e per chimere», come Rodolfo nella Boheme anche il Fiorentino ha l’animo milionario. E’ la capacità di sapere gustare la gioia del momento senza sbracare nell’iper-trionfalismo. Senza cedere alla patacca del mirabolante. «Carpi diem», si potrebbe dire parafrasando la simpatica squadra emiliana da poco affrontata (e battuta).
Così, sognando con i piedi ben ancorati a terra, in questi giorni di Fiorentina Capitale del Calcio i tifosi viola fanno altre cose. Tributano, ad esempio, omaggi all’architetto calcistico Paulo Sousa, il quale, proprio come fece Giuseppe Poggi 150 anni fa con la città, ha cambiato il volto e la fisionomia alla squadra, portandola lassù dove osano le aquile: «Sousa ha rovesciato la mia tavola dei valori: mi sembrava un bischerone che parla per luoghi comuni, invece sta dimostrando di essere uno che sa allenare alla grande», sorride Sergio Salvi, uomo di cultura che in 70 anni di Fiorentina dice di aver perso si e no 20 partite. Oppure cercano un soprannome per osannare Nikola Kalinic, il centravanti venuto dal freddo eroe gelido di San Siro: pare che in Oltrarno qualcuno lo chiami chissà perché «Conte Dracula»; altri per le lunghe leve da fenicottero, lo hanno battezzato «Cicognone»; altri ancora «Kalinka», il bomber che fa ballare le difese avversarie. Ma forse il più bravo di tutti è stato chi, parafrasando Mary Poppins, ha esultato con un «SuperKalinicfragilistichespiralidoso».
Suggestioni e tenerezze da innamorati. Che poi alla fine, proprio come l’amore, cos’altro è la Fiorentina se non una malattia meravigliosa dalla quale, primo o ultimo posto che sia, nessuno vuole guarire? Non una follia, a suo modo l’ultimo avamposto del romanticismo.

LA NAZIONE _ 30 settembre 2015

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