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GIGLIO, LA PACE DOPO LA CONCORDIA

Scritto da Stefano Cecchi . pubblicato in Blog

 

 

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ADESSO sembra che manchi qualcosa. Adesso, che dopo tre inverni il relitto della Concordia non c’è piu e il silenzio si è rimpadronito di questo paradiso di rocce, vento e acque cristalline, sembra che sia stato tolto qualcosa a dare un senso al tutto. Che impressione sbagliata.
L’isola del Giglio d’inverno, dai tempi in cui gli etruschi ci realizzarono una base militare, è questa. Un paradiso di sole tiepido, calendule selvatiche, rosmarino e mare incontaminato. Come sembrano lontani i tempi in cui tecnici e giornalisti arrivavano da tutte le parti del mondo per partecipare al raddrizamento della Concordia. Tempi di eccessi e di follie, con i ristoranti del porto costretti a fare tre turni per sistemare a tavola tutti e i reporter giapponesi che entravano nelle cucine per vedere se veniva cucinato pesce inquinato dai veleni della nave capovolta. Oggi questo caleidoscopio innaturale di persone e colori si è spento e tutto è praticamente chiuso. Sul porto solo due ristoranti sono rimasti aperti nei week end durante l’inverno, e così a Giglio Castello e al Campese. Il silenzio oltre la risacca. «Ma in fondo la normalità è questa. Con la Concordia presente l’inverno sembrava estate. Noi invece in questa stagione siamo abituati al silenzio e ai sacrifici», dice Paolo Fanciulli titolare del Bahamas, l’unico albergo aperto durante l’inverno.
ERA COSI’ anche la notte che la Concordia fu sbranata dagli scogli delle Scole. «Io presi la prima bordata di profughi, dando loro tutto ciò che avevo, poi aprirono anche gli altri», racconta. Al Bahamas arrivò anche Schettino: «Mi chiese una stanza per farsi una doccia, ma era oramai mattina, ci rimase pochissimo». Il tempo di un’intervista sulle scale in cui blaterava di mappe non chiare e di altre scempiaggini del genere. Sciagurato.
Già, Schettino e la sua immagine codarda che ha sfregiato il volto della marineria italiana. Fortuna Speranza ha un negozio di souvenir proprio inn faccia al porto. «Ma lo sa che qui venivano i turisti e mi chiedevano: “Ce l’ha la calamita di Schettino?“ Ma come si fa! Molto meglio ora che d’inverno siamo tornati alla vita di sempre, si sta in casa, si accende il fuoco nel camino, al sabato si gioca a tombola…».
LA VITA RECUPERATA di sempre, in una riservatezza così ostinata e storica che perfino quando qui si è girato qualche film, l’isola la si è fatta passare per un altro luogo del mondo: la Cayenna ipotetica del “Farfallon“ con Franco e Ciccio, i mari esotici del “Sommergibile più pazzo del mondo“, goffa parodia dell’“aereo“ con Annamaria Rizzoli e Bombolo a fare da improbabli star. Un luogo così nascosto che non ha mai voluto contaminarsi con l’inquinameneto della notiorietà.
Forse anche per questo del transatlantico che fu l’ammiraglia di Costa Crociere oggi non resta pressoche niente. Davanti a punta Gabbianara una piattaforma della Micoperi sta spazzando il fondale dagli ultimi residui del parbuckling e in superficie le tracce del naufragio sono davvero minime. Una targa in bronzo sul molo ricorda i 32 morti mentre nella chiesetta del porto Don Lorenzo ha realizzato una vetrinetta con dentro i resti che i naufragi lasciarono in quel luogo sacro trasformato in rifugio di prima accoglienza: un giubbotto di salvaggio, una cima, una tanica col cherosene estratto dai serbatoi. Niente altro. Quasi a voler cancellare dalla memoria di chi arriva il dolore di quei giorni che pur collocarono il Giglio sotto i riflettori del mondo: «A me mancano solo i tecnici arrivati da tutti i continenti. Stavamo fermi e vedevamo il mondo. Ma per il resto…», riassume Rosalba dietro il bancone del bar Fausto che per tre anni divenne il ritrovo di tutti.
COSI’ OGGI, quando alle 17,30 il traghetto della Toremar scivola via dal molo per avviarsi verso le luci dell’Argentario, sembra davvero che l’isola torni ad essere un punto di terra dimenticato in mezzo al mare, aperto al vento, al salmastro e alla incursioni dei predatori. Con un po’ di fantasia sembra quasi che prima o poi possa sbarcare di nuovo il pirata Khayr al-Din e ripetere la razzia del 1544, quando sbarcò con la sua ciurmaglia e si portò via come schiavi 700 gigliesi. Direte voi: ma questa è una cosa impossibile oggi. Già, perchè prima del 13 gennaio del 2012 vi avessero detto che un capitano sciagurato avrebbe portato un nave grande due volte il Duomo di Firenze a schiantarsi sugli scogli a pochi metri dalla riva, voi ci avreste creduto? Il mare è mistero, possibilità, sogno, tragedia e fantasia. Tutta roba che non a caso rende magici anche d’inverno luoghi dell’anima come l’isola del Giglio.

 

LA NAZIONE _ 26 marzo 2016

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