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LA CHIAMAVANO L’ISOLA DEL DIAVOLO

Scritto da Stefano Cecchi . pubblicato in Blog

pianosa

 

 

Ovunque la morte si porta via tutto. Qui, ancora di più. Qui si porta via perfino la memoria. Detenuti sepolti da altri detenuti, dimenticati perfino dai parenti che non li hanno rivoluti nemmeno da morti, e quindi poco importa se sulle croci di legno a segnare le loro tombe non ci sono nomi e se queste, piegate dal peso del tempo, sono cadute a terra come a cercare la carezza del vento. Il cimitero dei cronici di Pianosa è davvero un luogo mistico, un’aiuola trasandata dell’aldilà dove meditare sul significato di quella che Totò chiamava “a livella”. La morte che rende tutti uguali, liberi ed ergastolani, uomini celebri e dimenticati come in fondo lo è tutta quest’isola.

Sì, Pianosa, l’Alcatraz italiana, è davvero il luogo della dimenticanza. Sbarcare al suo piccolo molo dal traghetto che arriva, mare permettendo, dall’Elba, dà l’impressione di aver viaggiato nella macchina del tempo. L’isola che custodì i brigatisti come Renato Curcio e poi i più feroci mafiosi nel regime di ferro del 41 bis, da Francis Turatello a Pasquale Barra, da Nitto Santapaola a Michele Greco e Bernardo Brusca, sembra oggi il set di un villaggio fantasma del West, di quelli che piacevano a Sergio Leone. Case diroccate e fortini che si sbriciolano nel maestrale, insegne corrose di negozi che non apriranno più e futuristici cartelli stradali che avvisano di rallentare ad auto che non ci sono in prossimità di una scuola che non c’è e non ci sarà mai più. Perfino i nomi delle vie, dedicati come in una via crucis laica alle vittime dei carnefici ospitati nel supercarcere (viale Falcone e Borsellino, piazza Boris Giuliano, via don Pino Pugliesi, via Libero Grassi, via Ninni Cassarà…) sembrano un esotismo innaturale. Più che Toscana, Kabul. Più che Italia, macelleria irachena.

Certo Pianosa è sempre stata diversa dal resto dell’arcipelago toscano. Un non luogo per anime smarrite fin da quando, nel 1858, il granduca Leopoldo II vi istituì la “Colonia penale agricola”. Un’isola da sempre e per sempre carcere. Qui morì l’anarchico Passanante, l’attentatore di re Umberto. Da qui durante il fascismo passò Sandro Pertini. E da qui, dagli anni ’80 in poi, sono passati tutti i più feroci mafiosi italiani. Il generale Dalla Chiesa ritenne infatti che il luogo fosse ideale per nascondere al mondo il peggio della mafieria. Così la struttura al centro dell’isola, la “diramazione Agrippa”, fu ampliata con le celle d’isolamento. Fu costruito un muro a delimitarne l’acceso dal mare e se un’imbarcazione entrava nel miglio marino si sparava. L’Alcatraz italiana, appunto. Solo che tutto questo nel 1998 terminò.

Forse il risultato della trattativa fra Stato e mafia, portata avanti a suon di bombe e morti innocenti come quelli dei Georgofili di Firenze. Fatto sta che in quell’anno il 41 bis fu cancellato e i carceri di Pianosa e dell’Asinara chiusi. Da allora tutto è rimasto come congelato nel tempo. Il caseificio sbrecciato dove i detenuti sardi insegnavano a fare il pecorino, la stalla con ancora i nomi delle 60 mucche, scritti con il gessetto: Pia, Rita, Costanza…. Come in una sorta di Pompei carceraria pietrificata non dalla lava ma da un decreto del governo.

A fare la guardia alle strutture vuote sono rimasti oggi solo tre agenti penitenziari. Con loro, una dozzina di detenuti mandati dal vicino carcere di Porto Azzurro per i lavori di piccola manutenzione e a gestire il bar-ristorante e l’albergo da poco riaperto. 10 stanze a 50 euro a notte. Perché il turismo, con grande fatica, sta provando a partire. Il carcere ha infatti esercitato una forma involontaria di ambientalismo, lasciando i fondali e le scogliere inaccessibili per 150 anni. Oggi da questo punto di vita è un paradiso. Voli di gruccioni accompagnano chi percorre le sue strade polverose in mountain bike, mentre nei campi saltellano coppie di pernici rosse e fagiani. Sarebbero ammessi 250 visitatori al giorno accompagnati da una guida, ma d’inverno in certe settimane non arriva nemmeno il traghetto della Toremar. Anche le guardie per il cambio turno devono aspettare la settimana seguente.

Così l’Alcatraz del Tirreno va avanti senza i riflettori del mondo addosso. L’unico divertimento per chi passa la notte qui è vedere “Pianosa Tv”. Così chiamano l’affacciarsi nelle acque del vecchio porto mediceo mentre centinaia di barracuda arrivano attirati dalla luce dell’unico lampione superstite. Pianosa, isola scollegata da ogni distanza: duemila anni fa Plinio il Vecchio la definì “ingannatrice dei naviganti” perché per la sua conformazione di notte non poteva essere avvistata in tempo dalle imbarcazioni. Com’è strana la storia. Duemila anni dopo, per motivi del tutto diversi, la sua condizione è sempre la stessa. Un luogo fuori dal tempo, ingannatore, dimenticato da tutto da tutti, perfino dal dolore e dalla pena. L’isola della dimenticanza, appunto.

 

La Nazione29 novembre 2013

 

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