immagine macchina da scrivere

LA RIVALE PRINCIPALE

Scritto da Stefano Cecchi . pubblicato in Blog

1463383_517029278395310_1806195000_n
Quando capita di parlare di calcio lontano da Firenze, prima o poi arriva sempre la fatidica domanda: «Ma perché voi fiorentini ce l’avete così tanto con la Juventus?». Ora: per un fiorentino, che nasce con già installato dentro di sé il software dell’antijuventinità, rispondere non è facile. Sarebbe un po’ come se uno chiedesse: perchè Brunelleschi la cupola l’ha fatta tonda o come mai l’Arno a Pisa fa la curva? Ai fatti naturali si risponde sempre con difficoltà logica.
Il fatto è che per i cuori viola la Juventus è un po’ come Klaus Kinski nei primi spaghetti-western: appena appariva in scena uno capiva subito chi era il cattivo della pellicola e, dunque, quello per cui tifare contro.  Certo,  potrebbero dire i particolarmente perfidi, mentre Klaus Kinski a metà film moriva sempre (e quasi sempre precipitando da un tetto colpito da una fucilata del “buono”), la Juve non muore mai, continuando a vincere scudetti come fossero boeri. Vero, ma ciò potrà contribuire al rosichìo di noi cuori viola, non certo a deflettere da un convincimento. Che la Juventus, più di ogni altra squadra di calcio italiana, rappresenta il Potere. E dunque, per un popolo ciompo qual è orgogliosamente quello viola, una squadra da tenere a distanza come l’odore del fritto o la raucedine.
Ora: tutti noi sappiamo bene come tutto ciò sia solo suggestione e niente più. Un’idea esagerata. Anche perché non è che in quanto a sfoggio muscolare di Potere, un’altra squadra a strisce del nord presieduta da un imprenditore di un certo successo, come direbbe Walter Veltroni, stia messa  peggio. In questi ultimi tre anni ha avuto più rigori il Milan che interviste Matteo Renzi. Ma la Juventus, nell’immaginario dei tifosi viola è lo stesso un’altra cosa. E ciò che nel palio di Siena rappresenta l’Istrice per la Lupa, l’Aquila per la Pantera, l’Oca per la Torre: la rivale naturale. E non tanto per il fatto che Avellino, la coppa Uefa e lo scudetto scippato a Cagliari siano ancora ferite aperte nel cuore di ogni tifoso. No: l’antagonismo culturale con la Juve è per l’idea di calcio stessa che si cela dietro il mito bianconero. L’idea che senza vittoria non possa esserci passione. L’idea che se le regole non vanno bene, queste si possano correggere autarchicamente e dunque 30 scudetti sul campo anche se sono 28 (e ora, ahime, 29). L’idea, molto snob, che se non ti riconosco campione ti posso sbertucciare anche se stai per entrare a far parte della famiglia. Clamoroso, in questo senso, quello che tre anni fece Tuttosport, organo ufficiale della juventinità, titolando: «Purtroppo Poulsen» il giorno dell’acquisto del mediano danese. Questione di punti di vista.
Chi ha il cuore contagiato dalla violitudine è infatti l’esatto contrario.  Non a caso nel tempo ha palpitato per i tuffi in area di Marcio Santos, i dribbling alla moviola di Kubik (che giocò comunque un grande Fiorentina-Juve) e persino per lo schema della foca di Nappi (palla sulla fronte e correre così da area ad area), cantando poi in coro «Gloria a te / Dino Pagliari» e perfino «Laca laca lacatus / lacatus/ lacatus». Canzoni stonate, direbbe Gianni Morandi. Canzoni che invece,  nel calcio blatterato di oggi,  non stonano, ricordando che la passione non per forza è scintillio o business. E che le attese, anche se infinite, sono spesso più cariche di emozioni che non gli arrivi.
Perchè la Fiorentina è un preliminare lungo decenni. E’ un’attesa scollegata da qualsiasi distanza. Il tifo di chi a Gap stava per lo sforzo di Bitossi e non per la volata vigliacca di Basso (anche se poi chi scrive ha scoperto con orrore che Bitossi è gobbissimo: a saperlo prima…). La Juve è un’altra cosa. E’ la forza. E’ la certezza che prima o poi la vittoria arriva. Non a caso, con Macario e i gianduiotti, è fra le poche cose che riescono a far sorridere certi piemontesi. Una squadra che ha vinto tanto. Forse troppo. Qualcuno ha sostenuto per questo la tesi particolare che gli juventini, vincendo molto, soffrano di più per le sconfitte. Sarà. A chi tifa viola pare che in quanto a sofferenza accumulata nei secoli non ci sia corsa con quasi nessuno (anche se gli interisti, in quanto a male autoinflitto per scempiaggine, sembrano i nostri cugini ricchi).  Visto però che alla fine rispondere alle domande è cortesia, a me per spiegare a chi non di Firenze il perché della rivalità con la Juventus, è venuto in mente il seguente decalogo:
1) Perché i fiorentini e i toscani in genere hanno da sempre in uggia il Potere. E nel calcio, da sempre, la Juventus è sinonimo di Potere.
2) Perché Bettega non stava simpatico nemmeno al suo insegnante di catechismo.
3) Perché Montero, Brio e Furino se avessero giocato con la maglia del Chievo o del Sassuolo  sarebbero stati espulsi una domenica sì e l’altra pure.
4) Perché se un allenatore alla Fiorentina dimostra di essere un carciofo, non finisce a fare il tecnico della Nazionale Under 21 come successe con Ferrara.
5) Perché quando Crozza alla cerimonia degli Oscar del calcio chiese dal palco: «Chi c’è in sala della Juve, a parte gli arbitri?», fece semplicemente quello che Arlecchino usava fare burlandosi.
6) Perché, dal Medio Oriente al Maghreb, tutti oggi chiedono regimi democratici. Gli juventini, invece, sognano il ritorno di Moggi.
7) Perché nel calcio il diavolo non veste Prada ma a strisce.
8) Perché quando gli Agnelli si portarono Baggio a Torino si provò la stessa sensazione di quando Napoleone spedì a Parigi il Leone di San Marco o di quando i tedeschi volevano portarsi via l’Annunciazione del Beato Angelico. Un furto d’arte generato dal capriccio del Potere.
9) Perché il mondo è pieno di splendidi colori e vederlo in bianconero è una limitazione.
10) Perché alla fine, da Jago a Superciuk, il Male non ha mai vinto.
Dal libro Violitudine _ Effequ editore

Trackback dal tuo sito.