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PIU’ JOVANOTTI CHE DE GASPERI

Scritto da Stefano Cecchi . pubblicato in Blog

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Dice che dire «no alle larghe intese», come lui fa, non è essere contro il governo, che comunque «non cadrà nemmeno con la decadenza di Berlusconi». Ma dice soprattutto che la vera rivoluzione che serve al Paese è la «riforma della semplicità», per poi procedere velocemente a cambiare la giustizia, il mercato del lavoro, la legge elettorale. «E se in questi anni i genitori non ce l’hanno fatta a lasciarci un’Italia che funzionasse bene, non preoccupatevi: il bambino che è in noi verrà a cercarvi, e insieme la ricostruiremo». Più poesia che politica? Più Jovanotti che De Gasperi? Chissà.
Certo è che sono stati molti i tratti lirici che hanno caratterizzato l’intervento col quale Matteo Renzi ieri ha voluto chiudere questo happening, un po’ laboratorio politico un po’ Piper dei sentimenti, chiamato Leopolda. Un intervento insolitamente lungo (58 minuti) per uno che aveva lasciato agli altri solo 4 minuti per parlare e che, di solito, non va oltre la mezzora. Ma stavolta il clima era diverso. Come se da parte di Renzi ci fosse la voglia di dimostrare a chi lo accusa di essere un Fabio Volo delle Istituzioni, che il renzismo non è solo fuffa e slogan ma contenuti, per quanto espressi con parole semplici.
Il manifesto presentato ieri per cambiare il Pd e poi il Paese, dunque, contiene vecchi cavalli di battaglia: una nuova legge elettorale sul modello di quella dei sindaci («E per farla non serve toccare la Costituzione»), il taglio dei parlamentari e la cancellazione del Senato e delle Province («Non è un dramma, qualche politico in meno e qualche speranza in più»), ma contiene anche parti nuove. Come quella sulla giustizia.
Secondo il sindaco di Firenze, infatti, «la storia di Silvio ci dimostra come sia di sinistra fare la riforma del settore». Attimo di gelo in platea prima che lo stesso Matteo spiegasse che il Silvio in questione è Scaglia, l’ex manager Fastweb che s’è fatto un anno agli arresti prima di essere dichiarato innocente. «Dobbiamo allora finirla con chi in questi anni ha proposto una giustizia ad personam, ma allo stesso tempo dobbiamo dire cosa pensiamo noi al riguardo», ha detto Renzi, annunciando un pacchetto di proposte al riguardo per la prossima Leopolda e rompendo un autentico tabù per la sinistra. Così come al limite del sacrilegio, per chi si appresta a guidare il partito erede di Pci e Dc, è parsa la sua posizione sulla riforma del mercato del lavoro.
Qui l’analisi di Renzi è partita da un dato di fatto. Ovvero che oggi il Pd è il primo partito fra i dipendenti pubblici ma solo il terzo fra operai e disoccupati. «Tutto ciò — la sua spiegazione — è perché diamo l’impressione di parlare di lavoro senza aver la volontà di cambiare». Da qui l’invito forte a cambiare approccio sul tema: «Chi fa l’imprenditore in Italia fra tasse e burocrazia è un eroe — ha scandito netto — per questo essere di sinistra non è parlare di lavoro ma stare con chi crea un posto di lavoro in più. E se ci sarà da cambiare cambieremo: la sinistra che non cambia si chiama destra».
Finisce con un boato di applausi, la gente che lo assedia sotto il palco per toccarlo come un padre Pio della Politica e il ministro Dario Franceschini, quello a suo tempo ribattezzato «vice disastro», che dice: «Renzi nel suo intervento ha spazzato via tutti i sospetti su cosa vuole fare». Vero. Il dubbio casomai, visto chi gli gira attorno, è con chi vuole farlo.

La Nazione _ 28 ottobre 2013

 

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