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PRATO, IL FESTIVAL DELL’IPOCRISIA

Scritto da Stefano Cecchi . pubblicato in Blog

 Prato, incendio in una ditta cinese

Ascoltando e leggendo in queste ore del tragico rogo di Prato, avrete avuto modo di vedere politici, sindacalisti e anche industriali, listare a lutto le proprie parole e poi manifestare sdegno per l’indecorosa illegalità che marchia il comparto produttivo cinese di Prato, invitando ad agire perché ciò non si ripeta più. Forse non ve ne siete accorti, ma stava andando in scena il “Festival dell’Ipocrisia”.

Tutti noi non sappiamo chi fossero quei poveri morti diventati cenere in un mattino freddo e limpido di dicembre. Non conoscevamo i loro volti e nemmeno i piccoli sogni che li avevano strappati alla Cina per arrivare in questa periferia industriale di Toscana, ai margini di tutto e perfino dell’umanità. Però conosciamo quali erano le loro condizioni di vita. Operai-schiavi condannati col loro sacrificio a riempire le tasche ai loro sfruttatori. Operai-schiavi come lo erano, nel lontano 1911, gli italiani e le italiane che morirono a New York nel rogo della “Triangle”. Operai trattati alla sorta di animali come quei 912 pakistani rimasti sepolti nel crollo del “Rana Palza”, alla periferia di Dacca il 24 aprile scorso, mentre cucivano pantaloni e maglie per il mercato occidentale. Qui, nel distretto tessile di Prato, non siamo né agli inizi del ventesimo secolo, tantomeno in un luogo sperduto del Terzo Mondo. Eppure la condizione lavorativa di questi poveri morti era la somma di queste aberrazioni. Operai costretti a lavorare in condizioni inumane, un giaciglio in un loculo accanto al telaio perché la produzione non si interrompa (proprio come i rematori galeotti nelle galee 400 anni fa), senza diritti e con paghe da fame come agli albori della rivoluzione industriale. Uno sfruttamento bestiale e senza condizioni minime di sicurezza (l’incredibile è che una tragedia del genere non si sia compiuta prima) che si consuma in un Paese che vorremmo proiettato nel Terzo Millennio e che, invece, per certi versi sembra scivolare nel Medioevo.

Questa è la condizione reale del Macrolotto cinese di Prato. Un luogo senza regole e senza dignità, conosciuto però da tutti e da tempo. Dalla Politica, che per anni, dietro lo scudo di un buonismo patetico, si è disinteressata al problema lasciando che la metastasi proliferasse. Dai sindacati, più pronti a difendere i propri privilegi che all’allargare la sfera dei diritti. E dagli industriali, che dopo aver chiuso quei capannoni, li hanno affittati a peso d’oro ai cinesi, chiudendo poi gli occhi su cosa succedesse dentro.

Per questo oggi, nell’ora di questo infinito dolore, l’unica cosa dignitosa da fare è restare in silenzio tutti e inchinarsi di fronte a questi poveri morti ultimi fra gli ultimi. Ogni parola in più sarebbe un’aggiunta non richiesta al festival indecoroso dell’Ipocrisia. Noi almeno non vorremmo parteciparvi.

 La Nazione2 dicembre 2013

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