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QUEI CALCI A UNA BARA

Scritto da Stefano Cecchi . pubblicato in Blog

 

Provo orrore per ciò che Priebke ha fatto in vita e credo che ognuno che abbia visitato un campo di sterminio non possa che sentire sgomento per il livello di ferocia a cui il nazismo ha saputo arrivare. Una ferocia che si penserebbe non umana. Cinica, mostruosa, imperdonabile. Mi fa rabbrividire chi ancora oggi ostenta bandiere naziste, come se non fosse stato abbastanza il dolore innocente provocato. Ma allo stesso mi fa paura anche chi prende a calci una bara. In ciò non vedo giustizia ma voglia di vendetta, un brutto sentimento. Un mondo che smarrisce il senso della pietà seppur davanti al più feroce criminale, la può poi con più facilità smarrire anche di fronte agli ultimi, ai più deboli. E un mondo in cui si annacqua il senso di pietà, non credo possa poi dirsi migliore.

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Commenti (2)

  • Marcello Baggiani

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    Quei calci sarebbero stati mitigati, nella violenza, da una sua presa di coscienza. Fanno paura? Mah! in generale si, ma in questo caso sono stati l’unico modo di arrivare a una bara per bussare. Si, bussare: un voler ricordare a quella “cosa” – non la chiamo di proposito persona – contenutavi, che la sua non è stata un’esistenza da superiore, ma una totale mancanza di autostima rivolta sugli altri e palesata, nel momento della verità, dietro la squallida vigliaccheria di colui che non è così grande da rispondere delle proprie azioni. Il suo coraggio a “gettone” non deve fare pena; deve essergli ricordato: cara “cosa” sei stato tanto piccolo in vita, non te ne dimenticare; anche da morto.

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  • Matteo

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    Sante parole, Cecchi, sante parole…

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