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QUELL’INFERNO CHIAMATO “PRONTO MODA”

Scritto da Stefano Cecchi . pubblicato in Blog

 

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HUI, 22 ANNI, è uno dei tanti dannati e, mentre firma il foglio di sgombero che i vigili gli mettono davanti, piange. Sì, piange. È vero: questo capannone-tugurio dove vive è un’indecenza. La cucina è una coltre untuosa di grasso mentre nel loculo col soffitto di cartone dove dorme con moglie e figlia, non ci sono finestre, l’aria è putrida e per riscaldarsi la notte serve la bombola del gas. Eppure questo per Hui non è un lager ma il luogo dove realizzare i propri sogni semplici, come un futuro senza più fame. Perché i 40 centesimi che gli danno per cucire un vestito gli consentono, se lavora 18 ore al giorno, di guadagnare 700 euro al mese. Una piccola ricchezza per poi tornare in Cina fra 5 anni e costruirsi una vita decente. Per questo, adesso che i vigili stanno chiudendo tutto per assenza di ogni standard di sicurezza, lui piange disperato come a chi viene negato il futuro. Un’incongruenza, ma questo è l’Inferno del Pronto Moda cinese a Prato.
Sì: bisognerebbe che chi lo ha paragonato ad Auschwitz venisse a vedere per capire prima di parlare. Lì, ad Auschwitz, le vittime venivano deportate coi vagoni piombati; qui i nuovi schiavi pagano per arrivare da clandestini e vivere da animali. Può fare più orrore, ma non è deportazione, è capitalismo sfrenato senza altri valori se non quello del prezzo più basso. Perché la merce sia venduta.

E ALLORA questo pezzo di Prato sembra piuttosto la Londra senza umanità della prima rivoluzione industriale, la Marcinelle dove i nostri nonni si infilavano negli abissi della terra a respirare carbone per garantire un futuro ai figli. Per questo è così difficile fermare questo degradare della condizione umana. La disperazione non la si argina con un decreto legge.

CERTO, ENTRARE ogni volta in questi capannoni dormitori, stringe il cuore. Noi lo abbiamo fatto di nuovo ieri, seguendo uno dei tanti blitz che i vigili urbani hanno compiuto in questi anni. Il laboratorio è a San Giorgio a Colonica, periferia della città. I vigili entrano e trovano la stessa scena di mille altre volte. I telai sono pieni di lavoro a metà. E la roba che avremmo trovato nelle catene di moda a basso prezzo, quella che modelle bellissime invitano a comprare per 20/30 euro. La cucina, in una stanza dietro al laboratorio, è piena di unto. Bombole del gas, scatolette sparse e, accanto ai sacchi di riso, una colla nera. Dicono serva a catturare gli scarafaggi. Accanto, un bagno senza porta in condizioni indecenti. Le camere sono al piano sopra. Ci si arriva per una scala di legno e nonimporta che la polvere si ammassi ovunque come neve inquinata: i cinesi si tolgono la scarpe e salgono a piedi scalzi. È tradizione, non è igiene.

I LOCALI del dormitorio fanno paura. Li chiamano loculi come nei cimiteri, ma non è un errore perché qui si sente più vicino il buio della morte che non il sole della vita. Non ci sono tv ma pc nuovi, che internet ha reso il mondo più prossimo anche nella miseria. Il solaio è fatto di cartone, i materassi sono appoggiati a terra, sopra piumoni sporchi di anni, il tutto senza finestra. Sembra davvero impossibile che Hui avesse scelto di vivere qui con sua moglie e sua figlia di 8 anni. Soprattutto pare incredibile che fino a domenica scorsa non si sia compiuta una tragedia simile. «Forse molte le abbiamo evitate con i nostri blitz», racconta Aldo Milone, assessore alla sicurezza che ha provato a combattere l’illegalità a colpi di blitz: ben 1.200 in 4 anni. Ha chiuso capannoni identici a quello bruciato domenica, ha sequestrato macchinari e per questo un prete lo ha paragonato a Hitler. «Eppure è l’unico modo che abbiamo per affermare la legalità e provare a salvare vite umane», ripete. Forse ha ragione, chissà.
Certo è che la vita è ben strana. Ieri alla Camera un’onorevole di Sel, di quelle che mugugnavano a ogni blitz, s’è appuntata un fiore al bavero a mo’ di lutto e poi ha chiesto di «aumentare i controlli presso le aziende». L’ipocrisia che non si ferma nemmeno davanti al dolore colpisce ancora di più.

La Nazione _ 4 dicembre 2013

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