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SE LA STORIA NON INSEGNA

Scritto da Stefano Cecchi . pubblicato in Blog

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Diciotto, forse venti morti si conteranno alla fine. Anziani come Giuseppina Franco, l’87enne su una sedia a rotelle affogata dentro la sua casa che doveva farle da scudo, e bambini come Morgana Giaconi di 2 anni, che si sentiva anche lei al sicuro nell’auto con la mamma e che invece è stata spazzata via dalla furia dell’acqua, volando in cielo insieme ad altri tre angeli della sua età con le ali appesantite dal fango. Le catastrofi naturali colpiscono spesso i più indifesi come i vecchi e i bimbi. Stringe il cuore pensarlo ma forse non importa sapere i loro nomi, conoscere i loro volti, le loro storie. Perché quei nomi, quei volti, quelle storie le abbiamo già viste e raccontate troppe volte altrove. Alle Cinque Terre, ad esempio, quando la furia della pioggia si portò via vite umane e borghi storici. E poi a Genova, in Sicilia, ad Albinia, quando la furia di un Ombrone maremmano reso ipertrofico dalle piogge fece 5 vittime. Anche lì, lo stesso sgomento, lo stesso dolore di oggi.
Ogni alluvione che colpisce è una ferita aperta nella coscienza del Paese. Sta a rammentarci l’arte dell’incuria nella quale siamo maestri riconosciuti nel mondo. Certo, dietro ogni tragedia c’è un fatto eccezionale a scatenarla. Qui in Sardegna, ad esempio, in 24 ore è caduta la stessa quantità di pioggia che arriva in sei mesi. Ma eccezionale è anche la nostra incapacità a prevenire, la superficialità con la quale abbiamo sventrato il territorio negandogli poi ogni difesa nel momento della difficoltà. Perché dal dopoguerra a oggi, storditi forse da una ricchezza mai avuta prima, abbiamo consumato il suolo con la noncuranza con la quale si scarta una caramella. E dunque abbiamo cambiato il corso dei torrenti, disboscato montagne e costruito ovunque. Case su case / catrame e cemento, ricordava Celentano in una ballata vecchia come i nostri scempi. Per questo di fronte ai corpi di Giuseppina, di Morgana e delle altre 16 povere vittime, è difficile poter parlare solo di fatalità o di destino tragico. Qualche settimana fa questo stesso Paese ha ricordato la tragedia del Vajont e di quella povera gente travolta 50 anni fa da un onda di fango e morte. Guardando ai fatti di oggi, forse potevamo farne a meno. Potevamo fare a meno di cerimonie, convegni, sceneggiati tv e passerelle di ministri. Perché purtroppo il nostro Paese, bellissimo e colpevole, meraviglioso e sciagurato, la tragedia del Vajont la ricorda ogni volta che piove per più di tre ore.
La Nazione _ 20 novembre 2013

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