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VIOLITUDINE

Scritto da Stefano Cecchi . pubblicato in Blog

violitudine

 

PROLOGO

Si può nascere anche con qualche piccola malattia destinata ad accompagnarci la vita. Capita. I daltonici, ad esempio, riconosceranno con difficoltà la bellezza di un colore pastello, gli astemi non sapranno il sapore esplosivo di un Brunello, i vegani non si emozioneranno davanti a una bistecca. Peccato. La mia malattia, invece, si chiama Fiorentina, mi ha contagiato quando non ero ancora adolescente e si manifesta con sintomi strani, del tutto innaturali agli occhi di chi non ne è infetto.
Quando, ad esempio, un vecchio chansonnier fiorentino come Narciso Parisi intona una marcetta che parla di labari da far garrire al vento, nonostante non abbia la benché minima idea di cosa sia un labaro, il pianto quasi sempre mi solca il volto, mostrando le tracce bagnate della mia emozione. O quando un oramai sessantenne ragazzo umbro che si chiama Giancarlo, appare davanti a me biondo e silenzioso come un campo di grano per qualche strada fiorentina, non posso fare a meno di fermarmi e stringergli la mano, provando tutte le volte la stessa emozione che proverei stringendola a Papa Giovanni XXIII o a Bob Kennedy (che era di una spanna superiore al fratello John Fitzgerald nonostante il grado), e accorgendomi che la stessa sensazione la stanno provando tutti quelli attorno a me, come se una nuvola di empatia ci avesse avvolti per evaporazione d’emozione. Puff. E ancora: quelli come noi, attratti dai colori forti e con un senso di istintiva repulsione per tutto ciò che tende al bianconero (i pizzini, le radiografie, le divise dei galeotti di Alcatraz, i capelli di Giletti e di Bettega) non scambierebbero mai la maglia scudettata di Pirlo o quella carica di coppe di Messi con quella scria scria, senza simboli di vittoria e mézza di sudore, di Pasqual. Sintomi evidenti di una malattia incurabile chiamata appunto Fiorentina e dalla quale, direbbero i poveri di spirito, occorrerebbe stare alla larga.
E invece tutti i contagiati come me, non solo sono felici di esserlo, ma fanno di più. Come monatti impazziti, cercano di trasmettere il morbo ai propri cari. Ai familiari, ai figli e alle figlie, alle fidanzate e poi alle mogli, che se non sono come i buoi (ovvero prese dai paesi tuoi) difficilmente possono arrivare al matrimonio già infette. E tutto ciò nonostante che noi monatti sappiamo benissimo come l’inoculazione del morbo (che potremmo appunto chiamare “violitudine”) causerà a costoro domeniche di sconforto, agosti di calciomercato aridi come spiagge di ciottoli e gioie centellinate col contagocce. Ma a tutti noi, ciò importa ben poco. Perchè l’adesione a questa malattia nasce da un senso forte d’appartenenza a una terra e a un colore e non certo dalla contabilità dei successi.
Uno scrittore (pratese) come Sandro Veronesi ha ad esempio spiegato che secondo le regole di casa Juventus, se un allenatore arriva due volte secondo (Ancelotti) va cacciato perché chi tifa bianconero vuole “solo vincere o lottare per vincere”. Noi tifosi viola siamo l’esatto opposto. Sosteniamo i nostri colori sapendo bene che la vittoria è quasi un’utopia. Conosciamo i nostri limiti. Abbiamo passato domeniche a inseguire un cross di Carnasciali, un rinvio di Della Martira o un gol di Sauro Fattori, sapendo bene che in ciò c’era una grandezza nascosta: la grandezza di chi tifa aggrapato a una bandiera e non a una promessa di vittoria. Certo, sapendo che il Potere sta da un’altra parte, possiamo credere all’impossibile (il terzo scudetto) ma mai all’improbabile (che un arbitro ci avvantaggi quando giochiamo contro una squadra del nord a strisce). Ma proprio per questo ci sentiamo dei vincitori nella vita, non appartenendo alla categoria dei grigi applicati del catasto sportivo, ma a quella dei sognatori contagiati solo dalla contabilità del cuore, potremmo dire se questo fosse un programma di Milly Carlucci o di Daniele Piombi.
Invece questo è solo un libro che vuol parlare a tutti noi malati di Fiorentina, per rammentare le tappe migliori dell’incedere della malattia, parlare dei campioni vestiti di viola (e anche delle schiappe) che ci hanno fatto sobbalzare il cuore, e ricordare i momenti di gioia vera e genuina che solo la vittoria arrivata dopo la fatica può concedere. Cercando di sottolineare in ogni pagina la nostra appartenenza a una scuola di pensiero sportivo ben diversa da quella dei Moggi, dei Raiola, dei Montolivo e dei Massimo Mauro. Gente che difficilmente, nell’arena ideale dei nostri cuori, troveremmo seduta accanto a noi. Il che non è un dispiacere.

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Commenti (10)

  • Salvadori andrea

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    Lo so che Antognoni non è “Antonioni” ma anche un vecchio tipografo compositore a mano può fare un refuso e Antonio mi perdonerà.

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  • DONEGAN

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    Bravo, bravo, bravo. Lo compro oggi

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    • Stefano Cecchi

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      Un modo come un altro per colorare di viola il natale insomma…

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  • LUCIANO

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    Stefano ti ascolto sempre a Lady Radio sei un grande ,hai anche detto dove si compra VIOLITUDINE,scusa ma non me lo ricordo,mi puoi dare delle dritte ,io abito a figline valdarno ciao LUCIANO

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    • Stefano Cecchi

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      Lo sj trova in tutte le migliori librerie come la Feltrinelli di vja cerretani a firenze oppure sui siti via web di Feltrinelli o ibs. Un abbraccio

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  • Stefano Cecchi

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    Caro Andrea sai che è capitato anche a me? Deve essere una prerogativa di chi ha il cuore contagiato dalla “Violitudine”..

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  • ANDREA SALVADORI

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    Sono passati 19 anni da quando sono uscito dalla Nazione, però non avevo mai letto una lettera di amore così intensa, mi sono venuti i brividi, pensa una volta ho incontrato Antonioni e non ho avuto il coraggio di salutarlo. Ti ringrazio di queste frasi sulla nostra squadra del cuore. Ciao.

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    • Stefano Cecchi

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      Caro Andrea sai che è capitato anche a me? Deve essere una prerogativa di chi ha il cuore contagiato dalla “Violitudine”..

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    • Pippo

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      Antognoni si chiama ANTOGNONI!!!!!!!!!!!!!!!!!

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