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ASTORI , I MEDICI E GLI AGHI SOTTO IL CIELO

Scritto da Stefano Cecchi . pubblicato in Manca l'amalgama

 

 

astori-fiorentina-settembre-2016

 

RACCONTANO che lo scorso anno, dopo la sconfitta di  Empoli, nello spogliatoio abbia tuonato, invocando un impegno maggiore ai suoi compagni e per questo la domenica successiva sia stato messo in panchina dal diplomatico Sousa. Voci, sussurri, spifferi. Certo è che guardando il suo comportamento in campo, la storia appare più che verosimile.
Perché se c’è un giocatore che mostra carattere e garra anche nelle domeniche in cui la Fiorentina cade inspiegabilmente in uno stato catatonico e melassoso, questo è proprio lui, il picchiator cortese Davide Astori, che quasi mai il lunedì si vede appioppata un’insufficienza nelle pagelle sportive.
Bergamasco della Val Brembana («Eh, ma qui siamo sui milletré» ripetevano a tormentone Cochi e Renato anni fa in tv), fisico da corazziere e compagna da copertina (Francesca Fioretti, ex grandefratellina e concorrente di Pechino Express, dalla quale lo scorso febbraio ha avuto una figlia, Vittoria), Astori a Firenze è arrivato nell’estate del 2015, accompagnato da uno scetticismo diffuso. «Abbiamo dovuto prenderlo in extremis dopo l’addio di Savic, speriamo bene», pare abbia confidato al tempo un altissimo dirigente sportivo viola. Che il nostro valbrembano da milletré, dopo una stagione inciamposa a Roma, potesse non far rimpiangere il martello a percussione montenegrino finito all’Atletico Madrid, sembrava insomma roba da fantascienza. Un po’ come se qualcuno ci dicesse che il babbo di Cosimo de’ Medici e il fratello Lorenzo son morti assassinati o che sua moglie Contessina una volta sia entrata a cavallo nel salone de’ cinquecento per difendere le ragioni del marito. Roba che appartiene al trash più che al fantastico.

E INVECE il nostro stopper- geometra mancato («E’ una vocazione di famiglia – ha raccontato – ancora oggi ho una passione per il design») non solo da allora non è mai scivolato nella barzelletta come invece è successo agli sceneggiatori della saga sui Medici in onda sulla Rai, ma ha inanellato una serie di prestazioni da applauso, mostrando in campo grinta e carattere inaspettati. La grinta di chi non esce mai dal Franchi con la maglietta immacolata, il carattere di chi non si fa mettere la mosca al naso da nessuno.
«Astori siamo noi / nessuno si senta offeso», dovremmo insomma cantare, a De Gregori piacendo, per celebrare la sua rivincita e, più in generale, quella di tutti i calciatori sottovalutati. Ovvero di tutti quei pedatori che al loro arrivo nella Firenze post medicea non furono celebrati con titoli cubitali sui giornali, non avendo alle spalle l’idea del colpo di mercato, ma si sono guadagnati grazie alla meritocrazia del campo un posto caldo nel nostro cuore tifoso.

SÌ, CE NE FOSSERO più di Astori in viola anche in questa stagione strana e altalenante, confusa fra l’ebbrezza in trasferta e l’oblio in campo amico. Ce ne fossero di giocatori di carattere sui quali appoggiare il peso della partita quando questa sfugge via come rena fra le dita. Giocatori di temperamento e di rabbia, di furore e accanimento, di brama e desiderio. Allora sì che potremmo cambiare la storia di questo campionato che per noi fin qui è stato «un prato di aghi sotto il cielo», poco più che «un piatto di grano». Sì: «Astori siamo noi / nessuno si senta escluso» potrebbe essere un bel motto per una nuova ripartenza. E pure un modo musicalmente metrico per finire quest’articolo.

 

LA NAZIONE – 13 novembre 2016

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