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BABACAR, L’ULTIMO ANARCHICO DEL GOL

Scritto da Stefano Cecchi . pubblicato in Manca l'amalgama

babacar

 

 

Il gol è istinto del momento, è intuizione genetica del gesto. Cosi quando Tello a Udine  ha bruciato il terzino avversario nell’area piccola e l’ha rimessa indietro verso di lui, offrire il tacco all’impatto col pallone non è stata la presunzione apollinea di chi cerca il colpo a effetto ma l’istinto di chi ha dentro il senso selvaggio del gol. L’istinto dei centravanti naturali, quelli che le cose vengono meglio se si fanno senza pensarci su. Quelli come El Khouma Babacar.
Che giocatore meraviglioso e sciagurato che è allo stesso tempo il Panterone. Capace di farci ritrovare in adorazione davanti a lui sul divano di casa come a Udine o l’altra sera a Torino, o di maledirlo infamandolo via tv come un Keirrison o un Emiliano Macchi qualsiasi. Perchè i giocatori come lui, in perenne bilico fra la prodezza batistutiana e lo sgorbio tanquesilvato, tutto consentono tranne che la misura.
Nato per volare libero verso il gol senza porsi dilemmi su schemi e posizione in campo, Babacar appartiene alla categoria degli attaccanti anarchici degli anni ’60 e ’70. Roba vintage, ricordate? I Milani, gli Orlando, i Clerici e i Desolati. Quelli che portavano sui polpacci i segni della guerra che ogni domenica andavano a combattere nell’area di rigore avversaria, ma erano allergici a ogni richiamo difensivistico e a ogni disciplina tattica. Anche El Khouma è questo: un centravanti anarchico del gol a cui padre e madre hanno regalato le fibre muscolari degli africani (e dunque passi felpati, istinto da felino e un’agilità animale), che per movenze ricorda una pantera dentro la gabbia dell’area di rigore. Non irritatatelo col superfluo.
Ora: molti dopo il gol di tacco all’Udinese lo hanno paragonato a Bettega. A me pare un errore oltre che un’eresia. Bettega in campo era la ragioneria della giocata, la maglia candida a fine partita e la forza del potere. Babacar è tutto il contrario. Un giocatore dalla maglietta subito sporca, minoritario e spontaneo al punto di fare delle proprie imperfezioni una forza: quando la palla entra nel flipper delle sue gambe d’ebano, il difensore non sa mai cosa aspettarsi, finché non arriva un tiro sghembo, una testata sporca, una ginocchiata innaturale a buttarla dentro e risolvere così la partita. Uno, Bettega, un attaccante di governo. L’altro, Baba, un centravanti d’opposizione. C’è una bella differenza.
Per questo, lo abbiamo già scritto ma è confortante ripeterlo oggi, è suggestivo pensare a lui non come alla prima alternativa a Kalinic ma come al bomber fatto in casa che vince la scommessa del campo e resta per molti anni in viola a gonfiare le reti avversarie. La suggestione forse illogica di chi spera che, se Edmundo è stato il samba del calcio fiorentino e Batistuta il tango prepotente, Babacar possa essere nel suo piccolo il ritmo d’Africa. Un giocatore sonoro che, nella nerezza della sua africanità senegalese (ovvero di un Brasile succedaneo) possa zampillare fantasia e ferocia sotto la torre di Maratona, in un furore sacro che solo chi da sempre ha vestito la maglia di un solo colore, nel caso il viola,  sa consegnare a chi lo tifa.
Direte: ma questa è poesia, non analisi tecnica. Vero. Ma se nel calcio, dopo gli spettatori e i tamburi negli stadi, togliete anche la poesia, o cosa resta per spingerci ancora a seguirlo?

 

La Nazione – 25 settembre 2016