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C’ERA UNA VOLTA A CENTROCAMPO

Scritto da Stefano Cecchi . pubblicato in Manca l'amalgama

 

 

 

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Quando lo vedi caracollare per il campo con quel volto da cristo andaluso intagliato nel legno, lo diresti un pistolero da spaghetti western, Django, Silenzio, Cuchillo, Armonica o El Chuncho. Che errore le apparenze. Perchè Borja Valero Iglesias, tuttocampista viola che al gol preferisce l’assist e al priveé dell’Hollywood gli Uffizi, non ha niente che rimanda ai b movie, casomai ai grandi film di Sergio Leone come «C’era una volta in America». Dice Noodles a un certo punto: «I vincenti e i brocchi si riconoscono alla partenza. Chi avrebbe puntato su di me?». Fat Moe: «Io avrei puntato tutto su di te». Noodles: « E avresti perso».

Anche Borja Valero è spiazzante come Noodles alias Robert De Niro. Di lui e del suo calcio Firenze si è innamorata prepotentemente, ma non poteva essere diversamente. Così come Cosimo de’ Medici s’era invaghito del Beato Angelico e di Donatello; così come suo nipote Lorenzo s’era preso a cuore l’arte del Pollaiolo e di Botticelli, anche la Firenze di oggi, conservando la passione per il bello ma non avendo più pittori e letterati di serie A, s’è fatta rapire dal suo artista più puro nel campo del pallone. Un hombre vertical che quasi mai gioca in orizzontal e dunque l’altra faccia del bolattismo e del bigichismo: lui è l’idea che si fa tentativo di bello, l’azzardo che diventa meraviglia. Dice a un certo punto Deborah a Noodles: «Tu sei l’unica persona di cui mi sia importato. Ma mi terresti chiusa a chiave in una stanza e getteresti via la chiave, non è vero?». E lui: «Sì, credo di sì». E lei: «Il guaio è che io ci starei anche volentieri».
Oggi anche Firenze getterebbe via la chiave della stanza di Borja per farlo restare in viola a vita. E a lui la cosa pure non guasterebbe, come da sue dichiarazioni. Se poi uno pensa che questo centrocampista geometrico come la cupola del Brunelleschi e unico come Ponte Vecchio, è arrivato in viola solo per compensare la fuga cinica di Montolivo, verrebbe perfino da sorridere. Ma in fondo è la dinamica imprevedibile e meravigliosa della vita: «Hai aspettato molto?», chiede Dorothy a Noodles ritrovandolo da anziana. E lui: «Tutta la vita».
Ecco, tutta la vita è un bel metro di paragone per l’epopea di un campione che, paradosso dei paradossi, è costato quanto Semioli e meno di Felipe. Un calciatore fenomenale, nato forse in tempi sbagliati: la Spagna nel suo ruolo ha due potenziali palloni d’oro come Iniesta e Xavi e così in nazionale per lui non c’è posto. Altri avrebbero maledetto il destino, lui no. Lui vede la cosa col disincanto dei saggi, girando il mondo non ad inseguire una vendetta sportiva ma il trionfo del talento, sapendo bene che l’affetto intero di una città adottiva può essere meno effimero e più luminoso di un semplice trofeo da esporre. L’amore di Firenze come personalissimo pallone d’oro, insomma. <E’ il tuo modo di vendicarti?>, chiede Max alla fine del film all’amico tradito Noodles. E lui: <No. E’ solo il mio modo di vedere le cose>.
La Nazione – 22 dicembre 2013

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