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IL MARTELLO VENUTO DALL’EST

Scritto da Stefano Cecchi . pubblicato in Manca l'amalgama

 

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Non parla, ma picchia. Non appare ma c’è. Stefan Savic sembra davvero il prototipo dello stopper vecchia maniera. Tipi alla Della Martira e alla Repka, che alle parole anticipavano la calcagnata e al bon ton la sfruconata. Un 6 vintage (che a Firenze il libero era il 5) la cui storia sembra quasi una sorta di Sliding Doors sportiva. Ricordate? Nel film il destino di Gwyneth Paltrow cambia in base a quale porta girevole imbocca per salire sul metro. Così è stato per Savic. Acquistato dal Partizan Belgrado insieme a un altro giovane stopper di belle speranze, Matija Nastasic, sembra lui il difensore col sol dell’avvenire in fronte. Non a caso a fine stagione il Manchester City lo porta in Premier League per 6 milioni di sterline mentre il gemello Nastasic prende a fari spenti la via di Firenze. Chi si sarebbe mai aspettato che quello che sembrava il gemello debole, l’anno dopo sarebbe diventato il nuovo colpo di mercato dello stesso Manchester? Sliding doors, porte girevoli, appunto. Con Nastasic che da Firenze va in Inghilterra e Savic che fa la strada inversa, diventando il resto col quale gli sceicchi del City pagano la Fiorentina. Non un buon viatico per un giovane calciatore col sogno di emergere. Eppure tutto ciò non sembra scalfirlo.
Montenegrino di Mojkovac, cittadina vicina alla più vecchia miniera del Paese, anche Savic sembra silenzioso e duro come la pirite che lì si e strae. Non una parola di troppo, non un lamento, quando è in campo lascia che a parlare siano le sue spallate ai centravanti e i colpi di testa a spazzare l’area. Utile, pragmatico, mai fuori misura.
Così, coi suoi 190 cm di stazza slava e un baffetto da sparviero sotto il naso (come avrebbe detto Gianfranco D’Angelo alias Marina Ripa di Meana al Drive in) non ci mette molto a diventare titolare accanto al lirico Gonzalo Rodriguez. Come Brizi con Ferrante e Amoruso con Padalino, lui fa la parte del ruvido in una coppia ideale per complementarietà: Gonzalo ricama, lui rattoppa; Gonzalo lancia, lui intercetta; Gonzalo disegna, lui scarabocchia sui piani dell’avversario. Così, un anno e mezzo dopo, quella che sembrava la porta sbagliata diventa invece l’ingresso migliore nel calcio che conta. Titolare in una macchina da calcio che si affaccia con speranza alla notorietà europea. Guardi verso Manchester, scruti sulla tribuna dell’Etihad Stadium, vedi un ragazzo riccioluto e montenegrino come Savic osservare da lì le partite, e ti accorgi di come davvero il calcio abbia le sue sliding doors imprevedibili, capaci di portarti dall’altare all’anonimato nel tempo di un giro di cardine. Ma questa di Jo Jo è un’altra storia che prima o poi dovremo raccontare.

La Nazione _ 27 ottobre 2013

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