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IL RAGAZZO DELLA VIA CITY

Scritto da Stefano Cecchi . pubblicato in Manca l'amalgama

 

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Questa è la storia di un calciatore che sembrava uno di noi, nato in una delle tante vie Gluck del calcio e cresciuto al pallone sui prati del Campo di Marte, periferia del Potere, fra gente tranquilla che considerava il lavoro e la fatica trampolini necessario per il successo.

Questo ragazzo della via Gluck calcistica si divertiva a giocare con noi. E noi ci divertivamo a vederlo correre in viola con quei riccioli neri che sembravano cotone annerito dalle fiamme dei suoi gol: quelli della notte magica col Liverpool, i gol al Bayern, al Milan, alla Juve. Anche se giocava con l’8 sulle spalle, il numero di Claudio Merlo e di Pecci, molti di noi pensavano fosse il nuovo Roberto Baggio tornato a Firenze a riportare dribbling e fantasia, gol e sogni dolci per sempre. Ma un giorno disse: «Voglio andare in una città del calcio». E mentre lo diceva certo non piangeva né pensava fosse una fortuna restare a giocare a piedi nudi nei prati fiorentini. Datemi i dobloni — sembrava invece sottintendere — e pazienza se dovrò respirare il cemento del centro. Nel caso, quello di Manchester, visto che gli sceicchi del City se lo portarono via per 30 milioni di euro. Altro che lavarsi in cortile: coi soldi dell’ingaggio ora poteva permettersi rubinetti di platino e asciugamani di alpaca. Tant’é.

Passano i mesi, e quattro son lunghi, però quel ragazzo non ne ha fatta di strada. Le gare del Manchester le ha viste quasi tutte dalla tribuna prima di infortunarsi per l’ennesima volta. Da «I’ bua», come lo chiamavano qui per gli acciacchi ricorrenti, è diventato «The sick», il malaticcio. Cambia la lingua, non cambia ahimè la sostanza. Chissà se nel frattempo si è ricordato della sua via Gluck fiorentina. Di quando la gente viola lo aspettò per un anno dopo un infortunio e poi andò allo stadio con la parrucca a riccioli per riabbracciarlo e fargli festa, mentre da dietro la curva Ferrovia l’amico treno fischiava così: “wa wa!”.

Certo, ora coi soldi incassati dagli sceicchi lui potrebbe comprarsi tutte le vie Gluck del mondo. Ma, come è già successo e succederà ad altri (Ibrahimovic, Eto’o, Beckam e Figo), in ognuna di queste non troverebbe più nessun popolo sportivo disposto ad ospitarlo nel cuore. Solo case di sabbia e catrame e cemento sopra i sentimenti. Perché i campioni che restano nella leggenda sono quelli che al genio abbinano dei colori da indossare per sempre: il viola di Antognoni, ma anche il rossonero di Rivera e Baresi, il nerazzurro di Mazzola e Zanetti, il rossoblu di Gigi Riva e anche il bianconero di Del Piero.

Caro Stefan Jovetic, seguendo la tua frenesia di successo (e i consigli del tuo procuratore-faina) probabilmente non avrai sbagliato i conti economici e il tuo cassiere in banca ti sorriderà per molto. Ma anche le passioni non fanno mai calcoli sbagliati. Solo che ciò che lasciano nelle tasche dell’anima è per sempre.

 

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