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IL TANGO INCOMPIUTO DI MATI

Scritto da Stefano Cecchi . pubblicato in Manca l'amalgama

 

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Quando lo vedi caracollare in campo con quella faccia sudamericana, più che un calciatore lo diresti un ballerino di tango. Quelli che non ridono mai nemmeno se vedono la foto di Lapo Elkan alla prima comunione. In fondo lui, anche se cileno, l’Argentina ce l’ha nel sangue, essendo nato nel quartiere Caballito di Buenos Aires da madre argentina (Mirtha) e padre cileno (Humberto).

Dicono gli argentini che il tango sia il pensiero triste che si balla. E anche Mati Fernandez quando si muove in campo ha la malinconia composta e leggerezza impalpabile di un tanguero.

Arrivato in viola con un pedigree da cassetto dei sogni (nel 2006 fu eletto calciatore sudamericano dell’anno e la sua clausola rescissoria al Villareal era di 50 milioni di euro), in realtà a Firenze è rimasto un’incompiuta, incarnando il ruolo di titolare di scorta. Siccome i fiorentini sono cinture nere nella polemica, qualcuno per quelle fughe da fermo che poi lo lasciano sulla stessa mattonella, l’ha chiamato: «Il Pesticcia». Un’ingratitudine.

Perchè quel suo gol qualche domenica fa a Parma e alcune giocate meraviglia nelle pieghe delle partite, dimostrano cosa potrebbe e non è riuscito a essere Mati Fernandez. Un calciatore sensuale e triste, tecnico e incostante, magrolino e indomito, mai definitivo, che dà il meglio nell’improvvisazione. Proprio come il tango, appunto. Che è fare l’amore in verticale, è storia di fuorilegge e prostitute, di un pallone che finalmente rotola dritto come una melodia e si chiama appunto “Tango”, a cancellare anni di “Super Tele” e di traiettorie sghembe senza musicalità. Il tango e la sua lingua, il lunfardo, idioma incomprensibile che i prigionieri immigrati usavano nelle carceri di Buenos Aires per non farsi comprendere dalle guardie.

Anche Mati a volte, con quelle giocate senza futuro, sembra far di tutto per non farsi comprendere da chi lo tifa dagli spalti. Comprese quelle mati-rabone delle quali raccontavano esplosioni di meraviglia e invece son sembrate solo petardi zuppi scagliati al cielo dell’improbabile. Roba da ammogliato che tenta di saltare lo scapolo al calcetto. Pazienza. «Perchè il tango non è come la vita — dice Al Pacino in “Scient of the woman” — Se commetti uno sbaglio, non è mai irreparabile. La musica continua e tu seguiti a ballare!». Giocare per Mati sembra questo. Ballare in un perenne tentativo di bellezza. Tangueare per accarezzare la nostalgia. L’uomo giusto per le nostre milonghe. Che in fondo, cos’è anche il tifare Fiorentina se non l’iscrizione meravigliosa a un corso serale sulla malinconia?Commenta la Notizia

 

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