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IO STO CON NENAD

Scritto da Stefano Cecchi . pubblicato in Manca l'amalgama

 

 

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Che cos’è questa storia del mancato sognare? Avete mai visto un bambino dire: io da grande sogno di fare il terzino? No. A quell’età si vuol fare  l’astronauta, il medico, lo scienziato e anche il calciatore, ma non il difensore. Per questo, se hai la sventura di vederti assegnare quel ruolo, nemmeno lo puoi diventare un sognatore, che se per mestiere fai il terzinaccio, i piedi li devi avere sempre piantati per terra. Come ben sa Nenad Tomovic, l’uomo che in questa Fiorentina ha perfino negata l’ipotesi del volo.
Oscuro come un autunno a Belgrado e roccioso come il lungomare del Romito,  il nostro viene da Kragujevac, città nel cuore della Serbia dove aveva sede la Zastava, la fabbrica che copiava le macchine alla Fiat  facendole  però più cigolanti e arrugginibili. Tant’è.  Nel ciclo produttivo della Fiorentina,  Nenad svolge il ruolo di tuttofare difensivo, fedele al ruolo assegnatogli:  quello di tamponare gli errori di calcolo degli architetti spagnoli e degli ingegneri croati che hanno la titolarietà del centrocampo. Loro progettano e   disegnano calcio, lui ottura laddove questi cigolano. Un gregario  al servizio del talento altrui come lo sono stati nel passato Corrieri per Bartali, Masciarelli per Moser, Conti per Pantani e Carrea per Coppi, che quando al Tour si ritrovò a sorpresa in maglia gialla disse in lacrime al capitano Fausto: «Questa maglia non mi spetta».
Perché i gregari son fatti per soffrire e quando arriva la vittoria a loro quasi non è consentito goderne. Figurarsi volare. Anzi. Spesso, nel momento della sconfitta,  devono pure farsi carico personalmente delle colpe collettive di  squadra. E quante ne ha prese di colpe in questi anni Tomovic, indicato da molti come il responsabile di alcune disfatte sul campo. Una sorta di Malaussene a fare da capro espiatorio  al resto della squadra. Qualcosa di sportivamente ingiusto.
Perché il nostro non è certo   un campione e il talento puro abita altrove. Ma è anche vero che ogni volta che è stato chiamato in causa, dal campo non è mai uscito con la maglietta linda. Piuttosto 90 minuti di sudore, dedizione, martellate e l’orgoglio manifesto di vestire il viola senza mai una sola parola polemica, nemmeno nei momenti più difficili.  Pare poco?
Per questo, che non sia un terzino di quelli che a destra arano il campo con la celestìa di un angelo, è solo un dettaglio. Quelli come Nenad portano la croce adattandosi a giocare laddove chiede il mister e secondo il bisogno della squadra. Un «non titolare» che gioca quasi sempre ma senza un ruolo definito e anche per questo sottovalutato da tutti. Pubblico amico compreso.
Non a caso quando due anni fa con l’Inter iniziò quella fuga verso la porta come un incontenibile Cafu slavo, lo stadio prima  trattene il respiro non capendo, quindi scosse la testa: «Ma dove vuoi che vada…», finché la rete non si gonfiò  e lui, Nenad, che quasi  in lacrime andò  a raccogliere l’abbraccio caldo della Maratona come un figliol prodigo che ha da farsi perdonare un’assenza. Verrebbe quasi da dire, per il profumo di fatica e di periferia che emanano, che sono questi i gol che più riscaldano il cuore. Più di quelli meravigliosi dei  campioni baciati dalla grazia.  E’ una provocazione? No, è un altro  modo di vedere il calcio.

11 dicembre 2016

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