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LA LEGGENDA DELLA “FARFALLA GRANATA”

Scritto da Stefano Cecchi . pubblicato in Manca l'amalgama

Gigi1
Oggi sarebbe stato un signore di  71 anni e, c’è da giurarci,  all’ora di pranzo sarebbe stato seduto in tribuna all’Olimpico. Torino-Fiorentina è gara che profuma di antico e di meraviglia. E lui sembrava fatto apposta per stare dov’era la meraviglia.
Si chiamava Gigi Meroni e, se il calcio è letteratura, lui ha scritto intere pagine di poesia. Ala destra per vocazione, i calzettoni sempre giù alla Sivori, era inafferabile dai terzini e dai luoghi comuni. Un campione consapevole del suo talento, sbruffone al punto di non voler tirare i rigori «perchè così è troppo facile fare gol». Potrebbe sembrare guasconaggine, era lirica dello sport.
Di certo Meroni è stato il primo trasgressivo del pallone: portava i capelli lunghi all’epoca  rari come un Gronchi rosa  (i tifosi avversarsi per questo gli urlavano “zingaro’’ e gli tiravano i soldi per il parrucchiere), guidava una Balilla foderata di giallo, a volte passeggiava con una gallina al guinzaglio (ispirando così la leggenda di Cerci), si disegnava i vestiti da solo e la sera dopo le partite non andava da Giannino ma dipingeva quadri fino all’alba. Solo uno non finì mai: quello della compagna Cristiana «perchè non riesco a dipingere gli occhi belli come li ha». Se uno oggi facesse altrettanto, la giudicheremmo una tamarrata. Lui, invece, era così giovane e puro da potersi permettere  di restarlo anche nelle stranezze. In un mondo monorde,  era l’arco dei violini. Un «simbolo di libertà sociali in un paese di conformisti sornioni», (cit: Gianni Brera) come dimostra pure la storia d’amore con Cristiana.
 Costei non era  una velina nè una letterina ma, a 17 anni, ricaricava i fucili nel tiro a segno del Luna Park a Genova. Per conquistarla, Gigi passava giornate intere a sparare. I genitori, però, l’avevano promessa sposa a un regista. Lui non si arrese. Andò anche in chiesa al matrimonio. E, qualche giorno dopo, lei scappò dal fresco marito per lui. Sembra «Il laureato» con Dustin Hoffman. Per vivere insieme, i due non scelsero un appartamento di lusso come gli altri calciatori, ma una soffitta sui tetti di Piazza Vittorio: «Così abbiamo più vicina la luna», dissero. E questa è la «Boheme». In fondo, anche il finale è quello tragico del melodramma.
 Una domenica dopo la partita, Meroni stava attraversando corso Umberto per entrare al bar Zambon quando un’auto lo travolse. Era l’ottobre del 1967 e il volo della «farfalla granata» si spezzò così, a soli 24 anni. Come il ritratto di Cristiana, anche la sua vita restò non finita.
Oggi, davanti al bar Zambon c’è un cippo che lo ricorda. Nonostante siano passati  46 anni, non mancano mai i fiori freschi. A ribadire  che la leggenda nel calcio non la fanno né i milioni, né il palmares, tantomeno la tv, ma la poesia. E questo i tifosi viola e quelli granata lo sanno meglio di  altri.
 La Nazione – 12 gennaio 2014

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