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MATOS E IL CALCIO CHE SORRIDE

Scritto da Stefano Cecchi . pubblicato in Manca l'amalgama

 

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«Il ragazzo gioca bene / il ragazzo gioca bene!». Verrebbe quasi voglia di ricantarla quella filastrocca che, nella primavera del ’94, accompagnò i primi dribbling di Francesco Flachi sotto il cielo del Franchi. Perché in fondo anche lui è un ragazzo del vivaio viola. Un fiorentino tropicale,  visto che dalla sua Bahia è stato strappato a 14 anni e i primi sogni di adolescente li ha dunque visti lievitare fra l’Arno, il Campo di Marte e Fiesole.

Si: Rider Matos, il centravanti venuto dal caldo, con quel nome da bevanda sudamericana (il mate cocido) in qualche modo rimanda a Flachi e ai pochissimi centravanti approdati in prima squadra via cantera. Un giocatore che sembra portare con sé la poesia di Vinicius de Moraes («Che disperazione porta l’amore / io che non sapevo cosa fosse /adesso lo so perché non sono felice») con dietro un’aria di povertà antica riscattata dal pallone. Se Cuadrado quando entra in campo sembra sbucare dalla città della gioia, lui lo diresti un condòmino del palazzo della freschezza. Gli occhi spalancati sul mondo del pallone come carte assorbenti, a far propri i segreti dei campioni alla Beppino Rossi, Matos in campo è un portatore sano di entusiasmo. Irriverente e spietato come lo sanno essere i ragazzi (pare che Zaccardo dopo quello scatto sulla fascia a San Siro lo stia ancora cercando) il nostro sembra avere l’imprevedibilità dei temporali estivi, quelli che arrivano all’improvviso e ti fradiciano le Clarks prima di darti il tempo di ripararti in un portone. Ma anche la sua, in fondo, è una storia calcistica fulminea. Coi riflettori accesi sui nuovi arrivi, Gomez, Ilicic, ma anche Rebic, nessuno a Moena se lo filava. Sembrava lì solo per far numero nelle partitelle, in attesa di una squadra che lo portasse a fare esperienza. E invece Montella, cresciuto a pane e gol, intuendone il talento grezzo un giorno lo avvicinò e gli disse: «Tu quest’anno resti con noi». Da allora, le volte in cui è sceso in campo, non ha mai tradito la fiducia. Un gol alla prima palla giocata col Pacos dopo 26 secondi, capocannoniere viola di coppa, una memorabile gara a San Siro col Milan, quando Matos parte in velocità zampilla fantasia, e in quelle giocate ci si può leggere la poesia brasileira del calcio, che non è mai banalità ma tentativo, non è doroteismo ma coraggio, non è rigore ma fantasia. La via tropicale al football, che è il contrario dell’atletismo e della noia sacchiana. Per questo sarebbe bello rivederlo in campo anche oggi, magari pensandolo come uno degli attaccanti del futuro in una squadra che, finalmente, sa essere fucina di sé stessa. Sarebbe la prova che il destino, una volta tanto, ha scelto di stare dalla parte di chi pensa il che calcio non sia solo come assegni milionari e procuratori ma anche intuizione e pazienza. La nostra parte, insomma.
 La Nazione – 15 dicembre 2013

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