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NORBERTO NETO’S EYES

Scritto da Stefano Cecchi . pubblicato in Manca l'amalgama

Gli occhi, stavolta cominciamo da lì. E dunque: non più quelli da Bambi spaurito della prima giornata quando, con un rinvio improbabile, mandò il Catania in gol. Ma gli occhi spavaldi, quasi sfrontati da Bette Davis, messi in mostra nell’ultima gara di coppa coi portoghesi, terminata per la prima volta con la rete inviolata. Se gli occhi, come dicono, sono lo specchio dell’anima, qualcosa potrebbe essere cambiato nell’animo di Norberto Murara detto Neto, portiere brasiliano di 24 anni, chiamato a dimostrare dopo due anni da oggetto più misterioso del gusto col quale fanno il gelato al puffo, di essere un numero uno da Fiorentina, il degno erede di Sarti di Albertosi e di Toldo. Cosa l’avrebbe cambiato? Forse la certezza di giocarsi le chance da titolare almeno fino a gennaio, forse le dimostrazioni di stima dei compagni. Chissà. Il calcio è spesso un’alchimia inspiegabile con le leggi basiche della ragione.

Certo è che per lui questo inizio di campionato non è stato facile. Per tutta l’estate ogni giorno ha letto il nome di un numero uno nel mirino della Fiorentina. Sembrava che lo staff viola si fidasse di più del citofono di casa Pradé che non di lui come portiere. Non un buon metodo per far lievitare l’autostima. Poi, nel momento in cui Montella gli ha concesso fiducia, si è accorto che tutto il mondo lo considerava la giuntura debole di una presunta corazzata sportiva. In un pranzo di pesce a 5 stelle, lui era la spuma al cedro. Altro che parare, c’era il rischio della paranoia.

Eppure, di fronte a tutto ciò, lui non ha mai fatto un’uscita a vuoto, rifugiandosi in un silenzio educato. Lo stesso con il quale era rimasto per un anno e mezzo a guardare Boruc parare al suo posto. Lo stesso di quando lo scorso anno a Udine, dopo aver preso un gol da Di Natale nel primo tempo e due da pirla nel secondo, si ritrovò di nuovo in panca a veder giocare Viviano. Se lo stile degli uomini si vede nelle difficoltà, Neto ha tutto per essere uomo da applaudire. Forse anche per questo lo stadio, pur invocando padre Pio a ogni suo rinvio, gli ha tributato applausi belli di incoraggiamento anche dopo errori marchiani. A dimostrargli un affetto bello che va oltre il valore sul campo.

Perché il calcio alla fine è emozione e non statistica. E’ contabilità del cuore e non conteggio dei risultati. Ma torniamo da dove eravamo partiti, dagli occhi. Come sarebbe bello se un giorno, proprio come per Bette Davis, qualcuno componesse una ballata sugli occhi di Neto, il portiere arrivato fra i pali a fari spenti e nello scetticismo di molti, capace però alla lunga di accendere le luci dell’entusiasmo a una città che, in fondo, non aspetta altro che farlo. Nella speranza che il testo possa scriverlo il campo, il titolo c’è già: Norberto Neto’s eyes

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