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“NUTELLINO” E I FRATI TRAPPISTI

Scritto da Stefano Cecchi . pubblicato in Manca l'amalgama

 

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Dice che se segnerà, poi non esulterà. Chi ha il cuore viola, invece, esulterà se lui non avrà segnato. Gli incroci del calcio creano spesso emozioni contrarie. E questo crocevia romano sull’ora del desinare, che farà rincontrare Adem Ljaijc con quella che era la sua tifoseria prima dell’estate, non fa eccezione.

Adem Ljaijc, detto il «Kaka dei Balcani» dalla stampa serba, “Nutellino”, dopo le rivelazioni di Mihailovic che lo indicavano stregato da cioccolata e play station, e «quello meglio di Sanchez» secondo il giudizio che ne diede Corvino al suo arrivo in Italia, è un ricordo troppo fresco per lasciare indifferenti. Un giocatore che ha lasciato in bocca a Firenze un sapore di incompiuto, come uno champagne millesimato che prometteva meraviglie e che invece è evaporato prima di essere assaggiato. Prosit.

Certo, la sua storia a Firenze è stata di luci e ombre. Costato come un happy hour della Minetti (6,5 milioni), per due anni in campo ha dato gli stessi brividi di un dopocena coi frati trappisti. Una mezzapunta bella e inutile come una cravatta, indolente al punto di portare lo sciagurato Delio Rossi a prenderlo a pugni allo stadio, in un tentativo grottesco di rissa che nemmeno Massimo Boldi nei cinepanettoni. Fino a quando, nella gara con l’Inter, la trasformazione.

Forse il cambio di modulo, forse la scintilla della maturità, fatto sta che da quella sera coi nerazzurri Adem è diventato un altro giocatore. Una faccia d’angelo imprendibile sulla fascia come Di Caprio in “Prova a prendermi”, che ha contribuito a portare la Fiorentina alle soglie della Champion’s. Sembrava quasi un racconto di Frank Capra, tanto per restare coi paragoni nel cinema. Di quelli che finiscono con la redenzione del protagonista e la felicità la si intuisce sia per l’eternità. Invece le eternità nel calcio non durano a lungo. Quella di “Nutellino” ha resistito solo una primavera: il contratto in scadenza, un procuratore faina alle spalle, il Milan che lo seduceva come una Circe polisportiva, con il rischio che potesse ripetersi la beffa Montolivo. Quando nell’agosto scorso la Roma se lo è portato via pagandolo 13 milioni, a molti è parso quasi un miracolo. E solo pochi hanno pensato potesse finire diversamente, ahimè.

Così oggi lo rivedremo in campo con la maglia di un altro colore in un incrocio di sentimenti opposti. Forse farà bene, forse sbaglierà partita, chissà. L’unica certezza è che ritrovarlo così giovane già così distante e con un conto in banca che metterebbe in crisi un centenario, riaccende il vecchio dubbio di cosa sarebbe il calcio con meno soldi e più sogni, con meno luci e più senso di appartenenza, soprattutto con più uomini-atleti e meno procuratori-faina. Ma è un dubbio che, riahimè, per molto tempo ancora difficilmente avrà risposta.

La Nazione8 dicembre 2013

 

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