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SE ANTOGNONI INDICA UN’ALTRA STRADA

Scritto da Stefano Cecchi . pubblicato in Manca l'amalgama

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Si poteva ricominciare da un rigore sbagliato. Pescara, 30 aprile 1978. La Fiorentina deve per forza vincere per salvarsi dalla B e, a  pochi minuti dalla fine sul punteggio di 1-1, Casarin fischia un rigore per i viola. Antognoni prende la rincorsa, guarda Piloni, lo spiazza, ma la palla finisce fuori. Fuori! La B è lì, dietro l’angolo. Per fortuna a un soffio dalla fine Sella devia una punizione stramba calciata da Galdiolo, segna  e la Fiorentina  si salva. Tutto questo per dire come anche Antognoni nella sua vita sportiva abbia sbagliato qualcosa? No: tutto ciò per ricordare come non ci sia stadio d’Italia che non conservi un aneddoto, una storia, un episodio che rimandi al giocatore più bello e più romantico che abbia vestito la maglia viola.
Perchè Antognoni di fatto è questo. L’uomo simbolo che incarna nel vasto mondo delle nostre emozioni l’idea di Fiorentina. Colui che più di ogni altro ha giocato per difendere questi colori (341 volte in serie A) spargendo  intorno a sè bellezza e orgoglio di bandiera. Un eroe mitologico che,  come Ulisse e Achille, non invecchia mai, visto che quando sorride e gli si allarga la fossetta del mento sembra ancora il ragazzino timido che un giorno del 1972 sbucò dal tunnel del Bentegodi e iniziò a calciare la palla guardando le stelle, lasciando intravedere anche a noi squarci di inifinito sportivo.
Per questo il fatto che oggi, dopo molto tempo, avrebbe potuto essere sugli spalti a Pescara a seguire la sua Fiorentina da dirigente (se la neve e un’organizzazione calcistica da terzo mondo non avessero obbligato a rinviare la gara), poteva sembrare una novità della cronaca, non certo una sorpresa della Storia.
Perchè  la Fiorentina per gente come lui è un porto naturale,  una casa dalla quale ci si può allontanare per un caffè da bere con gli amici ma non si può certo abbandonare. Risulta in questo senso quasi superfluo sapere quale sarà il ruolo che gli verrà affidato e gli  incarichi. L’importante è che nella vasta famiglia viola lui sia di nuovo seduto a tavola  a indicare che un’altra strada è possibile oltre la seduzione di plastica del business con la quale  tv e procuratori vorrebbero oggi  imbustare il calcio.
 Sì, Antognoni dirigente viola  è  anche un modello a ricordare ai Bernardeschi e ai Chiesa,  ovvero ai campioni  in initere, che il calcio può dare anche altre cose oltre alle coppe vinte  e ai conti in banca milionari lievitati con i denari dei nuovi ricchi, siano essi cinesi o arabi.  Un Calcio che  consegna alla riconoscenza popolare  e all’affetto  di una citta, facendoti diventare un simbolo di questa come il Battistero,  lo scoppio del carro a Pasqua, i fochi a San Giovanni  e  via Tornabuoni. Un Calcio che ha la memoria del cuore e non il gelo di breve corso dell’interesse. Un Calcio che, per questo, saluta il tuo ritorno in società  con uno striscione lungo come un arcobaleno affisso alle cancellate dello stadio e che ti regala ogni giorno le strette di mano della  gente fiorentina, che ti ferma per strada e ti sorride provando  un’emozione  incancellabile. Regali che nessun fondo d’investimento valuterebbe ma che alla Borsa della vita rappresentano un tesoro inestimabile. E se a qualcuno dei  campioni in erba di questo football incelophanato ciò  parrà poca cosa preferendo altro, il problema non è certo nostro ma tutto loro.
LA NAZIONE _ 8 gennaio 2017