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UN SENSO A QUESTA STORIA

Scritto da Stefano Cecchi . pubblicato in Manca l'amalgama

 

 

fiorentina-juventus

 

 

Voglio trovare / un senso a questa storia si chiedeva tempo fa Vasco Rossi e in effetti, vista la cosa da lontano, sembra difficile trovare un senso alla passione irriducibile con la quale, anche stasera, molti tifosi fiorentini accompagneranno la propria squadra in una gara il cui pronostico sembra negare ogni ipotesi di gioia: da una parte una formazione carrarmato apparentemente imbattibile, la Juventus, dall’altra una frenata da problemi strutturali, con limiti e debolezze intrinseche, eppure lo stesso avvolta da un affetto senza cedimenti nonostante il sapore della vittoria sia smarrito nel tempo. Voglio cercare / un senso a questa storia / anche se questa storia / un senso non ce l’ha, insisterebbe Vasco Rossi e con lui tutti coloro che non sanno leggere nel grande libro delle Possibilità.
Perchè chi nel tempo si è consegnato a questa malattia illogica e maravigliosa chiamata Fiorentina, non lo ha fatto misurando le proprie emozioni col bilancino del farmacista o con la calcolatrice del ragioniere, piuttosto lasciandosi trasportare da un’altra possibilità: quella di aderire per trasporto naturale a una terra, Firenze e piu in generale la Toscana, e di affezionarsi al colore che nel calcio più la rappresenta: il viola.
Firenze, la Toscana e la sua gente che caratterialmente arriva da lontano. Arriva da Francesco Ferrucci, battuto a Gavinana dal soldato di ventura Maramaldo, «tu uccidi un uomo morto», ma poi nella storia resta lo sconfitto e non il vincitore; arriva dall’ irrequietezza e dalla fantasia del Beato Angelico e di Dino Campana, di Masaccio e di Antognoni, di Donatello e di Indro Montanelli, tutta gente che, nonostante il talento innato, ha preferito per sfida, per provocazione o per semplice spinta istintiva, sedersi quasi sempre dalla parte del Torto. Quella dove stanno da dio anche i tifosi viola.
Magari qualcuno chiamerà ciò provincialismo, ignorando che è molto più provinciale l’idea che senza vittoria non possa esserci passione. Al contrario: questa adesione senza calcolo a una squadra è  il fondamento dell’Internazionale dei Sognatori. Gente che ha scelto un’appartenenza inseguendo un’utopia e non un salvacondotto alla sofferenza. Gente che, come Ulisse, non si è fatta stregare dal canto delle sirene al quale rimandano i trofei delle squadre del nord, preferendo inseguire virtute e canoscenza non prossime al potere. Roba del cuore più che della ragione. E «quando parla il cuore non sta bene che la ragione trovi da obiettare», avrebbe scritto non Vasco Rossi ma Milan Kundera. Uno che probabilmente stasera si sederebbe idealmente in curva Fiesole dopo aver mangiato un panino alla porchetta alle bancarelle del viale Manfredo Fanti, per poi commuoversi alle prime note gracchiate di Narciso Parigi e del labaro viola e quindi gridare al campo e al cielo i propri slogan, felice comunque di essere lì, in mezzo alla sua gente, comunque vada a finire al 90°. Piccole cose, per carità. Ma forse quelle che alla fine, oltre le coppe, oltre i trofei, oltre i palinsesti delle pay tv e gli stipendi gonfi e immorali dei nuovi ricchi d’Oriente, fanno grande e meraviglioso questo pezzo di vita chiamato Calcio.

LA NAZIONE – 15 gennaio 2017

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